L’intervista. Uno scatto con Alberto Raffaeli

Intervista ad Alberto Raffaeli, fotografo marchigiano specializzato, alle spalle numerose pubblicazioni di settore, fra i migliori al contest National Geographic 2015, finalista nelle ultime cinque edizioni del FIAF.

– Da quanto tempo ti occupi di fotografia? Quando e come hai cominciato?

Era il 1981, avevo 22 anni e una grande passione per il mare. Io e la mia futura moglie Cinzia, riuscimmo ad organizzare una vacanza alle Maldive. Comprai una fotocamera subacquea. Al ritorno decine di amici si addormentarono davanti ad un’interminabile serie di diapositive sui pesci. Ma scattai anche qualche foto in esterno e mi si aprí un mondo.

Mi iscrissi al Circolo Fotografico AVIS di Chiaravalle dove fui iniziato allo sviluppo e alla stampa del BN dal maestro Manlio Moretti. Acquistai un corredo Contax-Zeiss e allestii una camera oscura nel bagno di casa. In quel periodo ebbi un’intensa attivitá concorsaiola ricca di soddisfazioni. Nel 1989 nacque Cecilia, il bagno fu utilizzato per cambiare i pannoloni e io smisi di fotografare (o forse, come sostiene mia moglie, ero solo a corto di ispirazione).

Ventitre anni di pausa e poi il rientro a fine 2011, in piena era digitale.

– Hai qualche tema preferito? Cerchi di distinguerti dagli altri fotografi?

Indubbiamente ho un debole per il reportage, sia per quelli dei grandi classici, sia per il reportage moderno, con le sue frequenti incursioni in territorio “street”. Devo dire che nella mia attivitá fotografica non mi impongo un tema; non mi interessa seguire a tutti i costi un filone. Fotografo in massima libertá. Col tempo lo stile, se ce l’hai, si percepisce a prescindere da quello che fotografi.

– Ci sono autori che preferisci o che segui in modo particolare?

Nei primi tempi mi imponevo di non studiare i grandi fotografi per evitare di farmi influenzare. Poi mi sono reso conto che era una gara persa poiché siamo sempre piú bombardati di immagini e quindi tanto vale godersi serenamente i capolavori dei maestri. Anzi, ho capito che questo bagaglio di conoscenza è indispensabile per chiunque voglia aspirare a diventare un buon fotografo.
Un autore che ho imparato pian piano ad amare é Koudelka, mentre mostri sacri come Salgado e Webb sono balzati al vertice delle mie preferenze fin dal primo sguardo ai loro lavori.
Tra gli italiani contemporanei adoro la visione fotografica di Lorenzo Cicconi Massi.

– Quanto è importante la presenza umana nella fotografia di reportage/viaggio?

Considero l’elemento umano molto importante nell’economia di un’immagine. Non necessariamente la sua presenza deve essere diretta o completa. Segni del suo passaggio o “pezzi anatomici” (nel senso di tagli fotografici drastici) sono sufficienti a dare forza ad uno scatto.

 

– Qual è il tuo rapporto con il soggetto?

Conosco professionisti, o aspiranti tali, che partono per viaggi destinati a realizzare reportage fotografici. Vivono per 20 o 30 giorni a stretto contatto con i soggetti della loro indagine. É questo il modo ideale per realizzare dei buoni reportage.
Io purtroppo mi devo adattare ai ritmi serrati della vacanza, che spesso avviene in gruppo. Quando posso instauro un fugace contatto con le persone che ritraggo; a volte mi limito a chiedere il permesso di scattare. In rari casi ho fatto sfoggio di tutta la mia sfacciataggine piazzando loro l’obiettivo in faccia. Sconsiglio quest’ultima pratica innanzitutto per salvaguardare la propria incolumitá, ma anche perché il rispetto verso i soggetti fotografati ha la prioritá su tutto il resto.

– Perché, a tuo parere, nella street photography prevale il bianconero quando oggi il colore è cosi facile da gestire?

C’è una similitudine che mi viene sempre in mente: “Il bianconero è come il fritto: qualsiasi cosa ci fai diventa buona!”.
Il bianconero ha indubbiamente il suo fascino, ma spesso si pensa che utilizzandolo, magari accompagnato da un bel contrasto e un’importante vignettatura, si possa bypassare la banalitá del contenuto di uno scatto.
Non mi risulta, comunque, che a livello internazionale ci sia una prevalenza del bianconero in questo genere. La street piú di moda oggi, quella che io chiamo “dell’equivoco”, è quasi esclusivamente a colori.

– Qual è il tuo rapporto con l’editing digitale? Consiglieresti un corso sullo sviluppo e la conversione in bianconero?

Nella fotografia moderna questa fase ha un ruolo la cui importanza è equiparabile a quella delle altre fasi della gestazione dell’immagine: la scelta del soggetto, l’inquadratura, ecc. Era cosí quando si proiettava un negativo di gelatina su un foglio di carta ai sali d’argento intervenendo con le mani sulla fascio di luce dell’ingranditore, ed è cosí oggi quando utilizziamo sofisticati software di sviluppo.

Una cosa che ho sempre sostenuto è, peró, che la post-produzione per una foto equivale ad un buon maquillage per una donna: deve esaltarne la bellezza senza farsi notare.

– Come finanzi i tuoi progetti personali, i tuoi viaggi, la tua passione? Progetti futuri?

Per me la fotografia è un hobby: non mi dà da vivere, ma, fortunatamente, non mi costa troppo. Non ho progetti cosí ambiziosi che necessitino di finanziamento. I miei viaggi sono semplici vacanze che avrei fatto in ogni caso, a prescindere dalla passione fotografica. Il mio progetto principale è di continuare a divertirmi con questo magnifico hobby.

– Qual è l’attrezzatura che porti sempre con te?

Sono per la leggerezza: quando viaggio porto con me una mirrorless con zoom tuttofare. Devo dire che ai tempi della Nex-3 mi sono divertito parecchio a girare con mezzo chilo in mano. Ora ho aumentato un po’ i pesi e ogni tanto rimpiango la vecchia attrezzatura.

– 3 consigli per diventare buoni fotografi di street?
Non sono uno streeter ma provo lo stesso a dare tre indicazioni:

1. Dotarsi di una fotocamera leggera con focali medio corte e schermo orientabile.
2. Prestare un’attenzione estrema a quello che succede intorno.
3. Individuare una location promettente, armarsi di tanta pazienza, aspettare il momento decisivo (che quasi mai arriva).

Buona luce!
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