L’intervista. Uno scatto con Laura Benvenuti

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Laura Benvenuti, fotografa di origine italiana, francese di adozione. Sul suo sito scrive di viaggiare “per il mondo in punta di piedi per non rovinare la sua bellezza”. Vive a Tahiti e oggi, ci racconta qualcosa di sé e della sua fotografia…

Una fotografa italiana che vive e lavora all’estero! Come sei finita a Papeete? Quando ed in che occasione hai cominciato a fotografare?

A sei anni ho deciso che da grande avrei fatto l’assistente di volo, che avrei lasciato l’Italia e avrei viaggiato.
Determinata, ho studiato le lingue tutta la mia vita e la prima occasione che mi sei è presentata, l’ho colta al volo! È proprio il caso di dirlo. Nel novembre 2000 ho cominciato a lavorare in una compagnia aerea svizzera, dove ho conosciuto il mio compagno, pilota francese nella stessa compagnia. Dopo alcuni anni abbiamo avuto entrambi voglia di cambiare aria, e siamo partiti, un po’ all’avventura, a Tahiti, dove avevamo qualche conoscenza e qualche opportunità professionale. Le cose sono andate bene, il mio compagno è stato subito assunto dalla compagnia locale e ormai sono più di dieci anni che viviamo qui.

Quando siamo arrivati il nostro primo figlio aveva 10 mesi ed ero incinta del secondo, per cui è stato impossibile per me trovare lavoro. Il mio compagno mi ha spinta a fare qualcosa per me stessa, a trovare una passione vera, che non fosse solo un lavoro.
Sono sempre stata un’appassionata di fotografia, per anni solo da spettatrice. Ho provato più volte a dedicarmi a quest’arte, ma sono troppo pigra per la pellicola.
Con l’avvento del digitale, le cose sono cambiate. Ho comprato una Canon Rebel 450D e ho cominciato a fotografare i miei figli. Mi sono velocemente appassionata, ho divorato libri di tecnica fotografica, ho sperimentato, praticato, seguito dei corsi on-line, e studiato e ancora sperimentato. Poi una cosa tira l’altra, ho fatto foto per alcuni amici, la voce si è sparsa e, nel 2011, ho aperto la partita IVA.

Quali sono le differenze tra lavorare con la fotografia in Italia o in Europa e… dall’altra parte del mondo?

Non ne ho la più pallida idea! Non ho mai lavorato in Italia, a parte qualche lavoretto estivo. E in Europa la mia sola esperienza professionale è stata quella di assistente di volo in Svizzera. Tutto è nato a Tahiti per me, ho creato l’attività da zero, da sola, un po’ per tentativi, imparando dai miei errori e informandomi qua e là su internet. Quando ho iniziato c’erano pochi fotografi, e nessuno da cui imparare o a cui chiedere consigli. Mi sono arrangiata, in tutto.

Come ti rapporti con i colleghi? Lavori meglio con gli uomini o con le donne? Hai uno staff che ti dà una mano?

Sono una persona piuttosto solitaria, preferisco non disturbare nessuno e soprattutto preferisco che nessuno disturbi me.

Le tue fotografie sono caratterizzate da una palette colori e una gestione delle curve molto delicati e rappresentativi; come hai affinato questa tecnica esecutiva?

Come spesso accade, ho sviluppato il mio stile ispirandomi agli stili di altri fotografi. Col tempo poi ho precisato le mie preferenze e il mio workflow, armonizzando tecnica in fase di scatto (luce, esposizione, pose, atmosfera…) e post produzione. Amo le foto scure, un po’ « moody », con neri profondi e illuminazione drammatica.

Ci sono autori che preferisci o che segui in modo particolare?

Amo particolarmente Annie Leibovitz e Richard Avedon, per la luce, le atmosfere, e il modo non
convenzionale di ritrarre i loro soggetti. C’è una semplicità espressiva che mi attrae.

Le tue foto non sono semplici ritratti, c’è tanta fantasia e creatività. Qual è il tuo segreto?

Grazie! Non so se ho un segreto, ma amo comunicare e creare una connessione con i miei modelli. Li metto a loro agio, li faccio parlare, mi adatto alle loro personalità, cerco di « vederli », di trovare i loro punti forti, la loro bellezza, il loro carattere e cerco di metterli in valore, in luce. E, in genere, funziona, si aprono e sbocciano come fiori davanti al mio obiettivo.

Quanto è importante la presenza umana nelle tue fotografie? Quali sono i ritratti che preferisci allestire?

La presenza umana è, per me, essenziale. Proprio perché, come ho detto poco sopra, ho bisogno di comunicare con i miei modelli. Ed è per questo che non amo molto fare still-life o paesaggi, perché non mi parlano, perché non riesco a comunicare e connettermi. Per me un ritratto è la storia di una connessione tra fotografo e fotografato.
Se non c’è connessione, c’è solo una foto d’identità, sterile, senza anima.
Amo i ritratti semplici, essenziali, in cui tutta la forza espressiva è negli occhi o in un gesto, piuttosto che in un accessorio. E apprezzo sempre di più lavorare in studio, è uno spazio intimo, in cui ci si può mettere a nudo e far crollare barriere, convenzioni, imbarazzi.

Qual è il tuo rapporto con la post-produzione e l’editing digitale?

E` un ottimo rapporto direi. Fa parte integrante del mio processo fotografico e creativo. Ho cominciato con Lightroom ma da un po’ di tempo sono passata essenzialmente a Photoshop. In qualche mese ho rivoluzionato il mio modo di lavorare in post, cosa che ha influenzato non poco il mio modo di scattare.

Consiglieresti un corso sulla post-produzione per esplorare nuovi modi di rendere la scena?

Si, assolutamente. Io ne seguo di continuo. Una post fatta bene può sublimare una fotografia.

Hai un’attrezzatura che porti sempre con te? Quale caratteristica di una macchina digitale ritieni fondamentale per la tua fotografia?

Con me ho sempre la macchina fotografica: una Canon 5D Mark IV, in genere con obiettivo 24-70mm 2.8, che mi lascia un’ampia libertà di manovra, soprattutto con i bambini, che non stanno mai fermi. Spesso ho anche un flash e ombrellino (lo uso anche in esterni). Ma me ne intendo poco di attrezzatura. So quello che voglio ottenere e compro e/o creo ciò di cui ho bisogno per ottenere il risultato che desidero. A Tahiti bisogna sapersi arrangiare.

Avere una famiglia ti dà una marcia in più o frena il tuo lavoro ?

Un po’ entrambi direi. Se fossi sola probabilmente viaggerei di più e esplorerei un altro tipo di fotografia. Ma i limiti che la mia famiglia mi impone mi permettono di bilanciare quello che voglio fare con quello che posso fare. Ho trovato una grande libertà in questo equilibrio, mi arricchisce e fa crescere costantemente. E mi ingegna, perché spesso mi ritrovo a cercare soluzioni per situazioni improbabili.
Inoltre i miei figli sono una fonte inesauribile d’ispirazione e, sia loro che il mio compagno, sono sempre pronti a seguirmi nei miei deliri fotografici personali.

Sappiamo che presto tornerai a vivere in Europa. Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Sinceramente ancora non lo so. So che tornerò e so dove, almeno inizialmente, ma il resto è tutto da vedersi.
Per ora quello di cui abbiamo tutti bisogno è di un cambiamento. La Polinesia Francese è una meta da sogno per tanti, ma resta un luogo piccolo, isolato e lontanissimo da tutto. E, dopo quasi 11 anni, è davvero giunto il momento di cambiare aria.
I progetti sono tanti e diversi, viaggi, libri, un nuovo studio, chissà!
Per prima cosa voglio approfittare delle stagioni (sogno di fotografare l’autunno e la neve!). E, anche se sono una persona molto flessibile e adattabile, non so come reagirò ad un ambiente più metropolitano, una mentalità completamente diversa da quella in cui ho vissuto per anni.

Tre consigli da dare a chi vuole migliorare il proprio modo di fotografare.
1. Studiare la tecnica fotografica. La fotografia è una lingua. Se non se ne conosce la grammatica, è difficile esprimersi e farsi capire. Poi si può rivoluzionare tutto.
2. Imparare a vedere e gestire la luce. La luce è l’essenza della fotografia. Si può essere in presenza di un paesaggio meraviglioso o di Miss Universo, ma se non si trova la luce giusta per illuminarli, il risultato sarà scadente. Al contrario, con una buona luce, si può sublimare anche un cassonetto della spazzatura.
3. Niente scuse. Non è l’attrezzatura, o il luogo, o il modello che fanno una fotografia. È il fotografo, la sua immaginazione e la sua creatività. Si possono sempre trovare delle soluzioni e raggirare gli ostacoli per ottenere la fotografia che vogliamo ottenere.

L’errore più grande che un fotografo possa fare?

Smettere di imparare. Ma questo è sempre vero, non solo per la fotografia.

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